“Entrare in uno studio è anche andare oltre, uscirne, perdersi, sognare. Soprattutto è nascere insieme con l'artista, essere generati o rigenerati dalle sue opere. Trovarsi di fronte al suo paradossale autoritratto.” (...)

La parola Atelier mi fa pensare a un luogo appartenente alle abitudini di un tempo quando si andava all’Atelier per comprare oggetti belli o abiti eleganti fatti a mano. Mi sembra di sentirne l’odore e i suoni e mi fa provare un senso di strana segretezza. Poi sono arrivati gli “Atelier des Artistes”, dove succede un po' di tutto: il passato si combina con il presente, il privato con il pubblico. Sono spazi tutti per sé, ma anche spazi aperti al mondo che, in fondo, è l’unica vera dimensione dove l’arte ha bisogno di stare. Per me lo studio è uno spazio di lavoro e di non lavoro, dove faccio cose diverse, dove sto molto da sola e allo stesso tempo incontro persone; ci sono cose per terra, cose in lavorazione, cose che cerco invano di tenere in ordine, libri sparsi qua e là, oggetti che amo, tanta musica. Molte cose, sono spesso imballate, perché sono parti di installazioni. Così chi entra non ha una immediata visione delle opere, perché le percepisce solo parzialmente. Chi viene, incontra sostanzialmente me, in quanto le opere sono spesso “smembrate”. Incontra me dispersa nelle opere. E mentre si parla, più che vedere si immagina. Così, lo studio non ha solo uno scopo funzionale, non serve solo a realizzare un lavoro, ma anche a intuirlo, a pensarlo, a sognarlo.

Gli spazi mi fanno stare bene e insieme male; li sento e li guardo tantissimo. Sono in totale empatia con loro. Qualsiasi dettaglio architettonico o materico mi condiziona molto. Questo mio studio è pieno zeppo di tracce lasciate dal tempo: sul retro c’è una finestra che dà su un bellissimo e antico giardino, l’ingresso affaccia sulla principale via di uno dei quartieri più compositi e articolati della città. Qui conosco un po' tutti e, quando ho bisogno di un aiuto, mi basta affacciarmi per trovare collaborazione. Ho incontrato persone fantastiche con delle vite incredibili che trovano in Veronetta  (per me bella come Barcelonèta) un posto autentico che concede ancora delle possibilità insospettabili. Il grande marciapiede permette di passeggiare con leggerezza in mezzo a persone dalle più diverse estrazioni sociali ed etniche. Ci sono resti di nobiltà negli antichi palazzi e segni vivi di una integrazione con gli immigrati che con gli anni si va sempre più consolidando. L’intera città si sta accorgendo della vitalità e originalità di questo barrio. Spesso vengo aiutata a trasportare i lavori dallo studio ad un magazzino che possiedo sotto casa non lontano da qui. Perciò non è raro vedere le mie opere “camminare” per la strada, spostarsi nel mondo in modo divertente e paradossale.

Sono in questo studio da due anni. Lo condivido con un'altra artista, ma abbiamo aree operative indipendenti. Questa è una situazione ideale per me che sto in studio solo una parte del mio tempo, visto che vivo a Verona, ma parzialmente anche a Milano e  sulle montagne del Trentino. Essere in due a gestire lo studio è davvero una condizione invidiabile. Si capisce anche come lo studio sia un posto importante, ma non l’unico dove si lavora, perchè l’arte si fa dappertutto e con metodi diversi. Per me è rilevante ognuno di questi contesti: abitare in un rione, in una grande città e in un paese di montagna, dove camminare per ore. Sono tre dimensioni che entrano e si sviluppano letteralmente nel tessuto del mio lavoro.

Ho un ricordo tenero di tutti gli studi che ho avuto: dal primo, che era un angolo del magazzino di caramelle di mio padre , del secondo che era una porzione di officina concessami dal vicino di casa, fino a quello di oggi che è al piano terra di un bellissimo palazzo cinquecentesco, forse la foresteria aperta a chi transitava coi cavalli (e di cui rimangono ancora alcune tracce sui muri). È curioso come questo posto fosse un luogo aperto in passato. E continui ad esserlo, seppure in modo più discreto, anche oggi.

Il territorio in cui vivo e lavoro è magnifico e lo amo. Per me l’ambiente e la natura sono elementi essenziali del mio essere ed esistere. Partecipo anche a forme di attivismo in difesa dell’ambiente all'interno della stessa area urbana: credo che in questo senso l’arte possa fare molto. D'altronde già nel 1982 le 7000 querce di Beuys avevano mostrato la strada e oggi moltissimi artisti sono impegnati col proprio lavoro a difendere e ripristinare il senso profondo della natura, del paesaggio, del territorio. Le strutture culturali di Verona in passato mi hanno dato buone opportunità, soprattutto mi hanno regalato quelle amicizie leali e feconde che durano ancora. Però, anche se vivo parzialmente a Milano dove insegno all’Accademia di Brera, devo dire che oggi il sistema cultura veronese patisce limiti enormi. La città è scivolata progressivamente in una sorta di immobilismo operativo e gli stessi luoghi istituzionali un tempo attivi, si sono ridotti a promuovere eventi occasionali e disorganici. L'unico appuntamento d’arte di un certo rilievo in città è ArtVerona. Per loro ho curato e realizzato una mostra nei sotterranei della Cantina Sociale di Soave, un posto incredibilmente suggestivo nel quale ho proposto un progetto che ripensava la questione della Resistenza...

Certo: Verona è una città bellissima, ma la bellezza ti frega sempre! E’ una città bellissima, dove le cose vanno a rilento e qualche volta all’indietro. Questa frase me la disse un mio amico, Dario Trento, che oggi purtroppo non c’è più, un grande storico dell’arte veronese che lasciò Verona già negli anni 80. Sono preoccupata per questa città, per la sua bellezza minacciata da molte decisioni sbagliate. E sono pronta a attivarmi, non per mostrare il mio lavoro, ma per preservare questo patrimonio storico.  Il lavoro non serve per estendere il mio ego, il lavoro ha senso solo in funzione del mondo. La posizione periferica a volte concede qualcosa di molto interessante, l’atipicità. Il che non è poco in un mondo interamente globalizzato: basterebbe saperla sfruttare...

intervista raccolta dalla redazione

 

Donata Lazzarini è nata a Verona nel 1968. Diplomata all'Accademia di Bologna con Concetto Pozzati, si è sempre servita dello studio come luogo di transito, dove valersi della realtà, per trasformarla. Oggi utilizza gli spazi della “foresteria” di un palazzo cinquecentesco nel quartiere di Veronetta, dove dà vita a forme introverse che sanno di corpo, di tattilità, di scandaglio. Non è un caso che insegni scultura a Brera: ama misurarsi, analizzare, cogliere lo spirito delle cose, degli esseri, del mondo. (foto Antonella Anti)

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per Redazione 3 mesi fa

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