Che cosa rappresenta lo studio per un artista? Un rifugio, un laboratorio, un luogo del pensare e del fare? E come provare a descrivere uno spazio che registra le tracce della creazione, il faticoso processo che porta dalla potenza all'atto, dalla mano all'opera? (...)

1.

La mia casa è un atelier e l’atelier è la mia casa. Ho sempre vissuto in case-studio. Non riesco a vivere con uno studio fuori della mia abitazione. Certo: è lo spazio in generale che mi fa vivere e creare. Esso è un'entità concettuale, e non solo fisica. A volte è un angolo angusto, a volte è una dimensione illimitata, indefinita. È una realtà che non preesiste, che non si dà a priori, ma che è il risultato di una serie di relazioni che si sviluppano tra persone e cose. La mia casa-studio accoglie chi ama entrare in un luogo creativo, ricco di idee, libero nell’anima.
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Non ho nostalgia di case precedenti, mi trovo in questo spazio abitativo perché la vita mi ha portato qui e sono contenta di esserci. Molti dei miei lavori sono in spazi pubblici: quindi una parte di me è sempre in contatto con il mondo esterno, dove mi auguro di trasmettere positività. Nelle mie stanze si possono incontrare bozzetti, disegni, schizzi: opere già fatte ed opere a venire, idee minime per futuri, stupefatti dialoghi con l'ambiente.
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Verona è una bella città con tutti i pregi e i difetti delle città di provincia. Ho scelto di vivere e lavorare a Verona e dintorni nonostante una proposta (nel 1980) di lavorare a New York. Per me gli affetti sono prioritari. Non ho particolari rapporti con le strutture culturali e non amo andare alle inaugurazioni. Sono arrivata a detestare le falsità, i sorrisi di convenienza. Sto bene con le persone vere, ma purtroppo spesso non fanno parte del mondo culturale. Verona è una città chiusa e non aiuta certo i propri artisti a mostrarsi fuori delle sue mura. Chi ha il talento di sapersi vendere bene può trovare il proprio spazio fuori, in altri paesi, in altre culture. Ma sono convinta che la genialità, la capacità, il valore umano siano vincenti in qualsiasi angolo del mondo.

2.
Piera Legnaghi è conosciuta soprattutto per le sue “sculture ambientali”, che interagiscono con lo spazio, con il respiro del mondo. Sono piastre d'acciaio o lamiere di ferro verniciate che danno vita a delle geometrie spinte al limite dell'essenziale. Triangoli, cerchi, quadrati. Geometrie elementari, ma mai assolute, perentorie, quanto invece anomale, instabili, come le “misure” di un sogno. Esse sembrano dubitare, ribaltare le gerarchie, sfuggire a se stesse, quasi ridefinire i confini dello spazio. Diventano simili a dei tromp-l'oeil che introducono l'osservatore in una condizione visiva che letteralmente si fa e si disfa sotto gli occhi. Anche quando impiega materiali pesanti, Piera dà sempre l'impressione di cercare la leggerezza, la sospensione, il volo; di inseguire la torsione, l'apertura, la mobilità.

Il tuo obiettivo è quello di sfuggire ad ogni rischio di monumentalità e far intuire delle tensioni interiori, delle forze invisibili celate nel corpo dell'opera?

In effetti, già ne Lo Strappo (1977), una lamiera in ferro realizzata nel cortile del Museo di Castelvecchio in occasione della mostra “Magma” (a cura di Romana Loda), sembra che la scultura nasca dalla terra ed elevi il suolo dal basso verso l'alto, suggerendo un salto nel vuoto, nell'oltre, nell'al di là. È un'opera che mette in scena un dialogo immaginario con l'ambiente, seguendo il divenire della natura. Inaugurata a febbraio, la scultura ha preso forma con il nascere dell'erba, con la fioritura delle margherite, ed è stata disallestita quando l'erba si è seccata. Ma anche nell'Amaca solare (1977) le lastre in acciaio inox interagiscono con l'ambiente riflettendone la quotidiana variazione. Con La Grande Signora (1973-1990), che si trova alla Fondazione Umberto Severi di Maranello, realizzo invece due semicerchi in lamiera che s'incurvano tirati da cavi d'acciaio. Sembra un'aggressione spaziale o una tensione energetica, ma è anche un'allusione al gioco, all'oscillazione di un dondolo.

A Verona ho realizzato A cuore aperto (2004): una scultura in acciaio corten dipinto di rosso, 400x400 cm, che si intravede anche dall'esterno del cortile del Museo degli Affreschi Cavalcaselle (Tomba di Giulietta), dove è collocata. Non una semplice figura simbolica, ma una presenza vitalistica che può ricordare un muoversi di labbra, un battito d'ali di farfalla. Non sono interessata a mostrare “la cosa in sè”, ma il suo riverbero sensuoso, il suo farsi visione d'anima. È così anche per Elan vital (2012), una struttura in acciaio corten, installata nella rotatoria del Casello Autostradale di Verona Nord. Metalli pesanti che si incurvano, si piegano, dando l'idea di nastri che avvolgono lo spazio o di cannocchiali puntati verso distanze infinite, come sono, appunto, quelle delle autostrade.
Per queste grandi opere ho collaborato anche con architetti, ingegneri, operai. Ed è stato come se il mio studio si spostasse, si moltiplicasse, viaggiasse sulla lunghezza di altre considerazioni, calcoli, modalità esecutive. E pensare che tutto nasce da progetti "leggeri", idee minime, da disegni e modelli ottenuti con l'inconsistenza della carta. Lavoro le superfici fino a conseguire un equilibrio tra presenza e assenza, sostanza e spirito, cosa che crea un'impressione di armonia discreta, come impregnata di vuoto.

3.
Forse nascono anche da lì i miei gioielli: piccole sculture la cui forma è studiata in relazione al corpo, al movimento. Si tratta di opere che invece di interagire con l'ambiente, interagiscono con lo spazio corporeo. Figure epurate dalla pura funzione ornamentale e legate al loro compito con una semplicità assoluta. Oggetti di sperimentazione che condividono certi tratti dell'Arte programmata, della Body Art, della performance. Elementi essenziali posti sotto il segno della misura, dell'equilibrio, dell'ordine, ma pure elementi attenti alla dialettica tra chiaro e scuro, pieno e vuoto. In passato sono stati esposti anche in Gallerie d'Arte: nel 1976 alla Galleria dello Scudo, nel 1982 alla Galleria Stevens di Padova e nel 1996 alla Galleria Il Traghetto di Venezia.
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Alla fine degli anni ottanta una svolta nel mio lavoro. Ho iniziato un percorso analitico che mi ha portato ad alternare la mia attività artistica ad impegni come docente e terapista che segue un metodo che amo definire di “Arte e Creatività”. Il processo creativo viene utilizzato come un mezzo perchè vite, fatte di disagio, malattia, marginalità, riscoprano se stesse e le proprie potenzialità espressive. Nel mio libro “L'arte cura” (2016, Edizioni dell'Aurora) ho scritto: “Ho dovuto essere creativa, ho dovuto inventare le mie giornate, il mio lavoro per non morire..”. Ma soprattutto per investire sull'”idea del plurale”, dell'aprirsi al mondo e suscitare modi di essere insieme, condividere, partecipare.


 intervista raccolta dalla redazione

Piera Legnaghi nasce a Verona nel 1945 dove vive e lavora. Le sue prime mostre risalgono al 1969. Nota per le sculture monumentali, in simbiosi con l'ambiente, l'artista ama declinare i suoi soggetti in varie dimensioni, arrivando a creare anche linee di gioielli che definisce “sculture indossabili”. Dagli anni '90 affianca al lavoro di scultrice quello di docente di "Arte e Creatività". La sua è la ricerca di un sentimento di abbandono e di riconciliazione del corpo, della mente, dello spirito nei confronti di una natura e di un paesaggio che attendono ancora di essere riscoperti e capiti. (foto: Antonella Anti)

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per Redazione 4 mesi fa

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