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8 aprile - 30 giugno 2011 - Abbiati/Penone, Cetera/Viola, Miorandi/Isgrò, Monzo/Boetti
“Ormai è tutto un labirintico ritornare e riandare e riprendere, riprodurre, far trasparire”. Così si esprime in un'intervista Giulio Paolini. Ed è un dato di fatto: siamo “uomini postumi”, che non cercano più prove sperimentali, grandi visioni metafisiche, progetti radicali. La stessa idea di storia ha smesso di essere unitaria, perchè si è spezzata la logica di uno sviluppo lineare, in favore di una composizione di eventi eterogenei. E l'arte, in quanto espressione del suo tempo, ha abbandonato ogni culto del nuovo, ogni tensione progressiva, per mettere assieme pezzi di mondo, orizzonti occasionali, rivisitazioni della storia. Essa non pratica più un pensiero sistematico, ma un pensiero “accumulativo, modulare, combinatorio”. Soprattutto non guarda al futuro, ma al passato, cercando in esso “una sorgere di immagini”, a cui attingrere a piene mani. Senza però, per questo, rifarsi alle vestigia della storia per riciclarle, restaurarle, aggiornarle (come aveva fatto, ad esempio, la Pittura Colta):  ritorna su determinate immagini, come se queste avessero ancora una vita addormentata nella loro forma o avessero ancora qualcosa da esprimere.
L'esposizione “Affinità Elettive”, a cura di Luigi Meneghelli, mettendo a confronto quattro giovani emergenti (Elena Monzo, Pierluca Cetera, Valentina Miorandi, Stefano Abbiati) con quattro maestri storici (Alighiero Boetti, Bill Viola, Emilio Isgrò, Giuseppe Penone)

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Chiara_Tagliazucchi

24 settembre - 30 ottobre 2010

Doveva essere il secondo atto di un progetto inteso a focalizzare il divenire della pittura. Doveva essere una specie di testimonianza finalizzata a indagare il paradosso del “nuovo” all'interno di un linguaggio tradizionale. Doveva essere il tentativo di individuare l'emancipazione di un medium che non ha mai finito di rigenerarsi e riprogrammarsi.

Vertigo 2 aveva intenzione di mettere in scena tre giovani artisti (Chiara Tagliazucchi, Antonio Bardino, Paolo Picozza) che avevano affrontato il quadro non come una semplice registrazione oggettiva del mondo, ma come l'indagine del sotto (o del dentro) le cose. Purtropo nel corso della preparazione della mostra Picozza è venuto a mancare e, con lui, una pittura “visionaria” che considerava la tela un autentico campo di battaglia e che tentava letteralmente di “mettere al mondo il mondo”, ancora bollente di bitume che cuoce, ancora “sorpreso” tra segni storti, fumi e curve materiche.

Si è a lungo valutato se sospendere il progetto (o riprenderlo dopo il tempo del lutto), ma le parole dell'estrema mail inviata da Picozza (“... io intanto dipingo”) ci hanno spinto a continuare, anche perchè sembrava che l'artista romano ci dicesse: “mi sono solo spostato per non far perdere la freschezza ai miei gesti”. E così abbiamo guardato ai dipinti di Bardino e Tagliazucchi,

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Cai_Guo-Qiang._Ph_Valerio_E._Brambilla

26 giugno - 31 ottobre 2010

Filo rosso di quest’edizione è il tema del monumento, o meglio quel radicale processo di de-monumentalizzazione che ha svincolato la scultura dalle finalità celebrative ed encomiastiche.

Emblema del potere forte, strumento di omologazione della masse, ma anche catalizzatore dei valori dei popoli e tassello insostituibile nella costruzione della memoria collettiva, il monumento diviene bersaglio principale di rivolte e rivoluzioni per poi essere spazzato via dall’imporsi degli ideali di democrazia e libertà del nostro tempo. Tuttavia in uno scenario mobile e mutevole come quello attuale, in un clima di fine d’epoca – e di fine forse della storia stessa – accanto all'iconoclastia contemporanea, si registra, talvolta, il riemergere di vecchi valori e materiali. Torneremo a riconoscerci in nuovi monumenti?  

La città di Carrara, un tempo meta di Michelangelo e Canova, la cui storia è legata a doppio filo all’estrazione e alla lavorazione del marmo, ora risente della perdita di centralità della sua materia prima in ambito artistico. Il contesto locale si offre dunque come specchio di quei segni di incrinatura del sistema produttivo di tutto il mondo occidentale, e dal confronto con questa situazione reale traggono ispirazione gli artisti invitati alla manifestazione. Le sedi espositive, vecchi laboratori di scultura e altri edifici dismessi del centro, dove i segni del tempo

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preview_mostra_collezione_AGI_-_Jim_Lambie

8 maggio 2010 - 22 agosto 2010, Mart, Rovereto, Linguaggi e Sperimentazioni. Giovani artisti in una collezione contemporanea a cura di Giorgio Verzotti

L’esposizione “Linguaggi e sperimentazioni”, curata da Giorgio Verzotti e con un saggio in catalogo di Hans-Ulrich Obrist, si inserisce in un ciclo di mostre che il Mart dedica alla valorizzazione di collezioni private di particolare pregio, storiche o di recente costituzione che svolgono un ruolo importante nella storia del collezionismo italiano. Circa venti opere rimarranno al museo e faranno parte della Collezione Permanente del museo con la formula del deposito a lungo termine.



La mostra permette di documentare, attraverso lo sguardo del collezionista (AGI Verona Collection), la complessa attualità artistica internazionale, in Europa, America e Asia di giovani talenti, molti dei quali ormai già noti a livello internazionale ma ancora “giovani emergenti” quando acquisiti dalla Collezione.

Tra gli artisti presenti figurano Mircea Cantor, Jeremy Deller, Cyprien Gaillard, Carlos Garaicoa, Django Hernandez, Gabriel Kuri, Jonathan Monk, Anri Sala, Simon Starling, Tomas Saraceno, Tino Sehgal, Chen Zhen, gli italiani Mario Airò, Stefano Arienti, Eva Marisaldi, Maurizio Cattelan, Grazia Toderi, Francesco Vezzoli e i più giovani Nico Vascellari, Luca Trevisani, Piero Golia, Anna Galtarossa, Lara Favaretto, Gianni Caravaggio, Luca Pozzi, Emanuele Becheri, Alberto Tadiello e Andrea Galvani.

Allestita nelle sale del primo piano del Mart,

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Manga_-_santi

6 febbraio - 2 maggio 2010, Museo Diocesano di Venezia, Chiostro sant’Apollonia

Questa curiosa esposizione promossa dal Museo Diocesano di Venezia, presenta l’iconografia dei santi della tradizione cattolica in “stile manga” più vicina al linguaggio delle nuove generazioni. Il progetto che prevede l’esposizione di 80 soggetti  nasce dall’esigenza di far incontrare il pubblico più giovane con il linguaggio iconografico dell’arte religiosa che, nel corso dei secoli, ha comunicato, attraverso un vero e proprio dizionario di immagini, i temi della fede e della storia sacra.

La mostra non intende banalizzare l’immagine dei santi; piuttosto, avvalendosi di esperti, ha approfondito  i dati della tradizione e gli attributi dell’iconografia, semplicemente traducendoli in una lingua spigliata, vivace e più facilmente comprensibile. Pertanto l’iconografia è la stessa che  forse le nuove generazioni (e non solo loro) non ri-conoscono: san Giorgio uccide il drago, santa Lucia ha gli occhi sul vassoio, san Sebastiano è trafitto dalle frecce, san Marco ha il leone accanto a sé.

Nel contesto del Museo Diocesano di Venezia i visitatori (piccoli e grandi) sono invitati a confrontare le immagini dei disegni con alcuni capolavori del passato: da qui è possibile partire verso percorsi e itinerari in città (dalle chiese alle Gallerie dell'Accademia) per riscoprire i grandi cicli iconografici nei quali l'iconografia dei santi è spesso protagonista. I disegni manga

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Chiara_Tagliazucchi


19 marzo – 29 maggio 2010 “Siamo messi male. Bisogna sbrigarsi, se si vuole vedere ancora qualcosa. Tutto sta scomparendo”. Così scrive P. Handke nei “Colori del giorno”. E il suo è un grido d'allarme di fronte a un mondo che conosce una inquietante catastrofe ecologica, una profonda infrazione di tutti quelli che sono gli equilibri naturali. Ebbene, la pittura di Chiara Tagliazucchi ci pone di fronte ad eventi catastrofici come tornado, cataclicmi, diluvi: ed è come se volesse metterci nel cuore stesso degli eventi e provocare in noi, attraverso la minaccia, un incremento di percezione. Però l'artista non ha nessuna intenzione di realizzare opere di sentore critico o moralistico, pronta poi a sfoderare l'apologia della redenzione. Lei non mira solo a far vedere, quanto piuttosto a protrarre la visione, ad esibire il motivo in questione oltre il motivo stesso, a spingere l'immagine oltre l'immagine. Come seguire, del resto, il percorso spettrale, impalpabile, impermanente di un tornado, se non facendo esperienza di un perenne movimento della materia? Se osserviamo le tele della prima sala, le potremmo definire “eoliche” o anche astrali o “astratte”. Il colore, la pittura sono sempre a un limite, a una soglia che li assorbe e li fa sparire nella tela. Non tendono all'esterno, ma stanno in una sorta di

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